...Sono immagini essenziali, delicate, premurose, senza retorica, che tuttavia cercano di cogliere e trasmettere il monito pronunciato da   Primo Levi: "Qui si é toccato il fondo della barbarie."  

Ciò che mi ha colpito nelle foto é l'umiltà con la quale gli autori si sono accostati ad Auschwitz, quasi in punta di piedi. Dimostrandoci che a volte nelle opere degli artisti la semplicità é più efficace dell'enfasi.

L'enfasi scivola via asciugandosi  all'istante, la semplicità arriva dritto al cuore.  

Come nelle fotografie di Luigi e Tonia.

Helga Schneider  

 

Viaggio ad Auschwitz

Viene qui presentata una significativa selezione delle foto scattate ad Auschwitz, nell’estate del 2005, da Luigi Donadio e Tonia Pizzorusso. Senza alcuna concessione alla retorica, senza mai scivolare nel facile, quanto deleterio, sensazionalismo, Luigi e Tonia con sensibilità dolente si inoltrano nell’abisso di Auschwitz, laddove è avvenuto l’impensabile. Con il loro sguardo, che riflette lo sbigottimento di chi si trova nei luoghi dell’«estremo», ci conducono dentro il «buco nero» di Auschwitz, che continua ad interrogarci. Gli occhi si posano sui barattoli dello Zyklon B, sugli oggetti e gli indumenti di cui venivano privati i deportati, sulle rotaie lungo le quali avanzavano i convogli stracolmi di un’umanità umiliata e ferita, sulla luce che filtra all’interno delle baracche, l’unico quanto inconsistente spiraglio in un ambiente dove aleggiavano incessantemente morte e violenza.

Si vedono visitatori aggirarsi tra un blocco e l’altro, ma non gli uomini e le donne che a decine di migliaia hanno popolato, in condizioni di bestiale cattività, lo spazio segregato di Auschwitz. Non ci sono, non possono esserci, perché sono scomparsi nel nulla, sono stati tramutati in cenere passando per il “camino”. Quel “camino” che lugubremente – come testimonia l’immagine a mio avviso più evocativa - incombeva giorno e notte su coloro che versavano nella più disperante schiavitù. Si intravedono soltanto delle ombre confuse, nell’atmosfera spettrale del crematorio. Quelle ombre che svaniscono sulle banchine dell’arrivo, dove medici e ufficiali SS esercitavano arbitrariamente il loro potere, stabilendo chi dovesse morire subito e chi fosse condannato ad una più lenta e atroce fine.             

Ecco sono queste alcune delle emozioni che suscitano le foto di Luigi e Tonia e che ci inducono a meditare ancora una volta su Auschwitz, «l’evento – come ha scritto con sofferta lucidità Jean Améry - da cui non si può prescindere per giudicare il presente». Auschwitz: un nome ormai metafora e simbolo di uno sterminio le cui cifre (5-6 milioni di ebrei, mezzo milione di sinti e rom, 3.300.000 prigionieri di guerra sovietici, 70.000 malati di mente, 9.500 omosessuali, 2.500 testimoni di Geova, un milione di avversari politici) rinviano al tema della «colpa collettiva», che chiama in causa l’articolata ed estesa rete approntata dai funzionari del crimine, nonché l’ampio fenomeno del collaborazionismo in gran parte d’Europa. Un evento, una tragedia che si svolge, per la prima volta, nell’Europa civilizzata, ad opera di uno Stato moderno, con un apparato produttivo avanzato, che affida ad un’imponente macchina burocratica e repressiva il compito di sradicare per sempre il focolaio della diversità. 

Francesco Soverina

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